Archivi categoria: Racconti

Il gioco russo

Il boia sollevò la scure sopra la testa.

La lama si staccò di netto dal manico e gli cadde alle spalle con un tonfo.

Il primo giocatore fu sollevato di peso da due guardie e lasciato cadere ancora tremante, su una sedia, ai bordi del piazzale. Una ragazza in abiti piuttosto succinti rabbrividì. Si sfregò le mani per scaldarsi, sul trespolo dal quale osservava la scena.

Il secondo giocatore avanzò barcollando e occupò il posto prestabilito. Il boia afferrò la seconda delle sei scure fornite. La sollevò. Di nuovo la lama si staccò: anche il secondo giocatore era salvo. Per il momento.

«Il destino sa sempre dove dirigersi. Mi piace molto questo passatempo» commentò Nikolaj II di Russia. Annuì con un lento gesto del capo affinché si proseguisse. I suoi cortigiani osservavano con un misto di disgusto e noia, gli occhi degli uomini più interessati alla giovane donna seminuda che al gioco in sé.

Di nuovo il turno del primo giocatore. Nemmeno il tempo di asciugarsi le lacrime. Di nuovo sul patibolo, di nuovo il collo esposto alla ventura. La scure non era quella giusta: con un grido selvaggio, l’uomo si rese conto di essere stato di nuovo risparmiato.

Qualcuno tra la folla rise, altri batterono le mani per scaldarsi e rincuorarsi nella mattinata gelida. Anche il quarto colpo andò a vuoto. Il boia sbuffò infastidito e si massaggiò la schiena. Afferrò la quinta scure senza troppa convinzione. Con un sospiro di sollievo vide la testa del primo giocatore rotolare sul pavimento. La ragazza scese dal trespolo e incoronò il vincitore, baciandolo e abbracciandolo tra le urla dei presenti.

Nikolaj si alzò in piedi e salutò i sudditi, dando loro appuntamento al giorno successivo.

«Questo gioco è quanto di più inopportuno tu potessi organizzare» intimò la moglie dello zar prendendolo per un braccio. «Proprio non riesco a capire la profezia dell’indovino che ti ha parlato di questa barbara selezione. E quella donna, poi, a che serve? Gli auspici vanno interrogati con maggiore attenzione.»

«Ancora più che per l’insalata con la maionese, sarà un gioco a ricordare la tua terra, recitava il vaticinio. Il gioco della soubrette russa. Non si va contro il proprio destino, mia cara.»

Babbo Natale e il diritto di recesso

Per Babbo Natale si avvicinava un altro gennaio di duro lavoro. Com’erano lontani i tempi in cui, rientrato al Polo Nord dopo la notte del 25 dicembre, poteva godersi una meritata vacanza!

Caro Babbo Natale, la maglietta che mi hai portato non si abbina bene al colore dei miei capelli, ti chiedo di sostituirla al più presto con quella di cui ti mando una foto.

Caro Babbo, la tua auto radiocomandata ha un raggio di azione di pochi metri. La consegnerò ai tuoi elfi, ti prego di cambiarla con una con un radiocomando più potente.

Caro Babbo, l’abbonamento alla pay-tv dura solo sei mesi, io te ne avevo chiesti almeno 12. Mi mandi il codice per il rinnovo automatico?

Non c’erano solo il diritto di recesso e le richieste di reso. I bambini che gli scrivevano erano sempre meno numerosi, ma le richieste sempre più complesse da realizzare. C’era la ragazzina che voleva un documento allegato sottoscritto in cui Santa Claus dichiarava che nessun elfo con meno di 160 anni era stato impegnato nella produzione del giocattolo; quello che gli rimandava indietro il maglione di cachemire perché non voleva essere partecipe dello sfruttamento di poveri animali indifesi; quell’altro che si lamentava perché i giocatori del biliardino erano rossi e blu, mentre nessuno mostrava una etnia africana.

Per non parlare del numero crescente degli infortuni: l’anno precedente gli avevano sparato addosso quindici volte. Un vecchio rancoroso non solo non si era scusato, ma aveva ribadito che Babbo Natale non avrebbe preso una pallottola nel calcagno, se non avesse invaso la proprietà altrui. L’associazione patriottica Padroni In Proprietà Private Esclusive l’aveva diffidato dal ripresentarsi nel quartiere di villette a schiera che si distendevano tra magazzini e capannoni. Da quelle parti i forestieri erano tollerati solo se lavorano molto e parlavano poco! E quel vecchio con la slitta volante aveva tutta l’aria di essere il solito tassista, non del mare ma del cielo. Becero trafficante di esseri umani, chissà quanti clandestini nascondeva in quel sacco!

Oltre tutto non aveva completa disponibilità delle renne, perché doveva consegnarle alla Befana per il 6 gennaio. La commissione per le pari opportunità, infatti, gli aveva inflitto una multa pesante. L’uomo trainato da una slitta con le renne, e la donna in groppa a una scopa? Questo è patriarcato!

E meno male che le renne gliele avevano lasciate: una commissaria voleva sostituirle con un aeroplanino elettrico, più ecosostenibile.

Davvero valeva la pena continuare a donare, in un mondo in cui nove bambini non avevano latte e il decimo prima di bere controllava che le percentuali di lattosio non superassero i valori di soglia? Babbo Natale sospirò sconsolato. Non sempre comprendiamo il senso del viaggio, ma non per questo dobbiamo fermarci.

Prima di partire, però, controllò bene che il sacchettino in cui raccoglieva i bisognini delle renne fosse ben saldo. Gli sarebbe servito a concimare il Natale dell’associazione P.I.P.P.E (“Padroni In Proprietà Private Esclusive”) e magari anche a rassicurare con una prova fumante la commissaria ecologista, preoccupata per l’impronta climatica delle sue renne.

Buon Natale!

Godetevi questa vita, se non vi piace non ce la sostituiranno con un’altra.  

Dieci piccoli indizi – Asso di bastoni

Nei dieci minuti che seguirono il telefono non suonò. Nemmeno il cellulare di Crisafulli, che tra sms e telefonate di solito trillava di più che un metal detector in ferramenta. Solo il fruscio delle carte e i commenti delusi del maresciallo Zavaglia riempirono la sala d’ingresso della caserma dei carabinieri durante quel drammatico confronto a briscola.

Finalmente il maresciallo si alzò, sospirò profondamente e guardò l’orologio sollevando un sopracciglio. Cercò in tasca le chiavi dell’auto muovendosi pesantemente verso la porta.

Non era proprio giornata. Non che avesse sottovalutato le capacità di Crisafulli: era evidente che con le carte era più abile che con la pistola. Poi la nottataccia aveva probabilmente influenzato negativamente il suo gioco. Però davvero, un disastro così non se l’aspettava. Quel diavolo di un brigadiere l’aveva umiliato lasciandogli giusto qualche punticino. Era riuscito giusto a portare a casa l’asso di briscola, l’asso di bastoni, ma solo perché se l’era trovato tra le mani, altrimenti Crisafulli gli avrebbe scippato anche quello.

Era pronto ad uscire quando avvertì Crisafulli che borbottava qualcosa.

«Dia a me le chiavi, maresciallo. Gli sfratti oggi li faccio io. Non mi ha dato il tempo di spiegarle, prima: questo mazzo di carte l’ho sequestrato ieri pomeriggio a un gruppo di albanesi che invitavano i passanti a giocare di fronte ad un bar. Sono tutte segnate, vede? Ho cercato di dirglielo prima: basta osservare con attenzione l’immagine sul retro. E poi lei fa sempre confusione con i turni. Questo fine settimana sono in servizio. Da Cosimina ci vado la settimana prossima. Però i verbali no, maresciallo, i verbali la supplico li compili lei».

 

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Dieci piccoli indizi – Due di spade

Ti rendi conto che stai invecchiando quando ti è più facile immaginare un futuro in cui tu non ci sei… Ester scacciò via questi pensieri malinconici concentrandosi sulle sue prossime vacanze. La montagna l’avrebbe rilassata. Verdi distese, aria pura che ti riempie i polmoni, acqua fresca a cui dissetarsi alla fontana. E poi lunghe passeggiate con Luca, mano nella mano a raccogliere fiordalisi e recitare insieme versi Neruda, e poi la sera di fronte ad un camino a cantare a “io guiderò per questa notte ed altre notti ancora, mentre intorno si scolora il cielo e tutto porta in su e disferò le mie valigie e non avrò paura…”. Forse stava esagerando. L’immagine dei fiordalisi probabilmente era stata eccessiva. Già se lo vedeva il suo Luca disperarsi perché il suo cellulare non aveva abbastanza campo in quella maledetta vallata tra i monti. Per non parlare del camino, poi. A luglio? Avrebbero potuto cantare di fronte ad un tramonto. Neanche, Luca era stonato, e poi la musica lo annoiava.
Al mare, allora. Sì, al mare si sarebbero divertiti da morire. Svegliarsi la mattina tardi, andare a prendere il sole, abbracciarsi nell’acqua sentendosi persi una nelle braccia dell’altro, e poi ordinare pesce la sera e fermarsi a contare le stelle distesi sulla sabbia. Chissà. Luca non amava il pesce, a meno che non fosse quello senza spine. D’accordo, avrebbe ordinato gamberi. E il sole? Sarebbe probabilmente rimasto sotto l’ombrellone con la sua crema protezione ottanta e un libro di Milton Friedman. Però a Luca piaceva nuotare. Avrebbero nuotato. Tanto. E la sera avrebbero passeggiato in centro, perché non c’era dubbio che il suo fidanzato l’avrebbe accompagnata di sera sulla spiaggia, con il rischio di riempirsi di sabbia le scarpe.
Città d’arte! Un giro per le città d’arte sarebbe stato perfetto. Venezia, Firenze, certo, ma anche Mantova e Ferrara, e magari anche all’estero, Parigi, Barcellona, Londra. Parigi. Che idea. Loro due seduti a fare colazione in un caffè parigino discutendo delle opere apprezzate il giorno prima all’Orsay… Anche in questo caso si rese conto che si stava spingendo troppo in là. Luca non impazziva per le pinacoteche. Diceva che quelle opere non avevano mercato, e per lui ciò che è fuori mercato non esiste. Avrebbero visitato il museo d’arte moderna, allora, e perdinci anche la Bourse de Paris se questo fosse servito ad eccitarlo. Stava sbagliando. Si stava di nuovo piegando ai suoi desideri. Non andava bene. Ma sì, avrebbero deciso insieme. Insieme: in fondo tutto quello che contava era stare insieme.
Luca rientrò proprio in quel momento. Si tolse la giacca e la buttò sul divano, avviandosi verso il bagno senza nemmeno salutare. Ester lo seguì, cominciò a massaggiargli le spalle e lo baciò sul collo. “Tesoro… sussurrò… Vorrei parlarti dei miei progetti per quest’estate”. “Bene – rispose lui – mi hai anticipato. Vorrei portarti a Francoforte”.
«A Francoforte? A luglio?»
«Be’ che c’è di male?»
“Non è che la tua azienda ha aperto una filiale e hai intenzione di nuovo di portarmi con te solo per lasciarmi sola tutto il giorno mentre tu lavori anche se formalmente sei in ferie?»
«Ehm… e se anche fosse? Lo sai che sarebbe importante per la mia carriera…»
Uscì dalla stanza gridando che sarebbe partita da sola per le vacanze.
Anzi, peggio, avrebbe accettato l’offerta che le aveva fatto la sua amica Priscilla, proprio lei, quella divorziata. Ma prima di andar via commise l’errore di rivolgere un ultimo sguardo verso di lui, e cogliere la serenità che era ritornata sul suo viso all’idea che anche quell’anno avrebbe fatto a meno delle vacanze, visitando piuttosto open-space, sale break e uffici direzionali della multinazionale alla quale aveva donato la sua esistenza.

Dieci piccoli indizi: cinque di bastoni

La pioggia insistente non agevolava certo l’arrampicata di Capasone, il gigantesco chiummo che da tanti anni viveva isolato nelle campagne a sud del regno dei Berfatt e badava a me e al resto della mia famiglia. Era grosso e forzuto, ma di certo non particolarmente agile: ciò nonostante, se quello che dicevano su di lui era vero, non si sarebbe arreso fino a che avesse avuto anche solo la forza di muovere un solo passo.

La colpa era tutta di Capasone. Si era distratto, e questa è una colpa imperdonabile per un pastore. In un’isola poi in cui poi noi animali eravamo quasi completamente estinti, c’era da comprenderlo se piagnucolava disperato all’idea che qualcosa di brutto mi sarebbe potuta accadere. In fondo era stato un attimo. Be’ forse un paio di attimi, e piuttosto lunghi, considerando che il nostro era un gregge di pecore e non certo di lepri.

Mentre il resto del gregge si accontentava della solita erba insipida e secca, io avevo deciso di andarmene a cercare di più fresca. Visto che chi avrebbe dovuto sorvegliare sulla mia incolumità si era addormentato beato, io mi ero allontanata, e sgambettando silenziosa, mi ero messa alla ricerca di erba più fresca. E alla fine ne avevo trovato di davvero gustosa. Peccato che fosse proprio a un passo da un burrone profondo, e peccato soprattutto che me ne resi conto dopo averlo fatto, quel passo.

Non ero morta, però, nonostante una zampa mi facesse terribilmente male. Il buon Capasone ebbe un sussulto quando aveva riconosciuto il mio manto bianco, sporgendosi verso il basso lungo i margini del fossato. Anche a me aveva fatto piacere rivedere il suo faccione rosso e paffuto. Scendere però sarebbe stato rischioso, così Capasone aveva prima pensato a riportare all’ovile tutte le altre mie sorelle, poi aveva studiato come calarsi per recuperarmi.

Come tutti i Chiummi, era uno straordinario allevatore, ci capiva e ci curava amorevolmente, ma non era proprio un fine stratega. Un altro infatti avrebbe fatto attenzione a stringere una corda intorno ad un grosso albero, prima di calarsi giù. Cosa che a dire il vero Capasone fece. Però un fine stratega, ma anche uno stratega grezzo diciamo, avrebbe scelto una corda robusta, e invece il mio simpatico chiummo si lasciò calare nel burrone aggrappato ad una radice esile che lo fece precipitare sotto il mio sguardo deluso. E dire che stavo cominciando a credere nelle possibilità di recupero.

La sua tempra massiccia lo fece rialzare quasi incolume dalla brutta caduta. A pagarne le spese era stato semmai il cespuglio di rosmarino ridotto a moquette dall’impatto con il pastore precipitante. Per recuperarmi, a questo punto, non gli restava che arrampicarsi. Mano destra, piede sinistro, mano sinistra, piede sulla pietra scivolosa, e caduta. Mano sinistra, piede destro, mano destra su una pianta spinosa, ahia, caduta.

Continuava a saltare, aggrapparsi e cadere. Saltare, aggrapparsi e cadere. Stavo per addormentarmi contando i suoi salti, e dire che di solito dovrebbe avvenire il contrario. Dopo l’ultima caduta, rimase a braccia aperte, per terra, come una medusa spiaggiata. E lì qualcosa avvenne.

Non so se fu un atto di coraggio, il mio, una scelta rischiosa ma definitiva, o semplicemente il dolore alla zampa mi fece perdere l’equilibrio. Fatto sta che mi lanciai giù, in direzione del mio pastore, anzi del suo pancione grande, chiusi gli occhi maledicendo quell’erba fresca e giurando che se ne fossi uscita viva mi sarei fatta carnivora, e op! Riaprii gli occhi fra le sue braccia, mentre quel vecchio sentimentale piangeva stringendomi al petto come fossi il suo cuscino preferito.

Era fatta. Mi mise sulle sue spalle, e insieme tornammo verso la sua grotta. Lo sentii borbottare che quell’avventura l’aveva spossato e che sperava di non viverne altre perché ne sarebbe morto di crepacuore.

Se non ricordo male, tutto ciò accadeva qualche giorno prima che arrivasse quello strano gruppetto di esploratori e cambiasse per sempre l’esistenza del mio pastore. Ma questa è un’altra storia, e la mia invece finisce qui.

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Dieci piccoli indizi: sei di spade

Il re dei Mucidi, Vastasuk, non era popolare per la sua affabilità. Aveva condannato a dieci mesi di galera un servo, reo di averlo svegliato durante un sonnellino pomeridiano, e a poco erano valse le giustificazioni di quest’ultimo, che aveva affermato che era stato il sovrano a chiedergli di svegliarlo. Non aveva importanza, aveva sentenziato il giudice, il re stava facendo un bel sogno e averlo svegliato era stata comunque un’azione riprovevole. Al limite si poteva rinchiudere il condannato in una cella con finestra sul mare, accettando le attenuanti.

Ci fu poco da stupirsi quindi se quando al castello reale arrivò, in tutta fretta, il capo degli speziali, sostenendo che aveva urgente bisogno di parlare con il sire, gli fu offerta gentilmente una sedia e gli fu consigliato di aspettare che il re si alzasse. Bel sogno o incubo, il servo non aveva nessuna intenzione di chiamarlo.

Quando il re finalmente si svegliò e accolse lo speziale, fu profondamente turbato dalle cattive notizie che questi gli annunciava. Non c’era da perdere altro tempo. La parte scura della forza, negli ultimi giorni, aveva dato ulteriori segni di cedimento. Bisognava che i Mucidi si impadronissero al più presto della parte bianca, protetta invece dal popolo nemico dei Berfatt.

Vastasuk convocò immediatamente Trappagghiun, il suo luogotenente più fidato. Era stato grazie a lui che, anni prima, i Mucidi, la popolazione più feroce, barbara e corrotta di Apul, si era impadronita della parte scura della forza. Ma ora occorreva completare l’opera, o tutto sarebbe stato inutile. Basta guerriglie con gli Gnurket, il popolo che più a nord si frapponeva alla loro avanzata. Avrebbero dovuto sterminarli una volta per tutte. Raccogliere ogni mucido in grado di combattere, predisporre la più poderosa armata di sempre e procedere senza esitazioni. Superato l’ostacolo degli Gnurket, raggiungere Capo Nord e sbarazzarsi dei Berfatt non sarebbe stato difficoltoso. Ci sarebbero voluti molti giorni di cammino, ma potevano contare su una forza muscolare e su una capacità guerresca che gli altri abitanti di Apul potevano solo sognare.

Era arrivato il momento che i Mucidi salissero a nord per conquistare tutta Apul e impadronirsi della parte bianca della forza. Trappaghiun ascoltò pazientemente l’impetuoso progetto di Vastasuk senza mai interromperlo. Non si sarebbe certamente opposto all’idea di attaccare. Tanto più che era stanco delle estenuanti guerriglie a cui li costringevano gli Gnurket. Era arrivato il momento di sbarazzarsene una volta per tutte. Però avrebbe prima preferito partire in avanscoperta, avvicinarsi alle terre dei Berfatt, scoprire dove tenevano nascosta la parte bianca della forza. Dopo il rapimento della parte scura, infatti, i Berfatt avevano sicuramente preso delle precauzioni, e coglierli alla sprovvista sarebbe stata la soluzione migliore.

Siamo d’accordo, concluse Vastasuk. Lo invitò a partire subito: il re l’avrebbe seguito non appena fosse stato in grado di organizzare un esercito di dimensioni faraoniche. Non andava perso nemmeno un minuto.

Anzi, disse al suo luogotenente che si accingeva ad uscire, prendi quell’idiota del servo che non ha voluto svegliarmi facendo perdere un paio d’ore preziose allo speziale e fallo condannare per almeno una decina di mesi. Perdere tempo così!

E che cacchio.

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Le testine si allineano, le teste pensano